ANTIGONE

Regia: Vittorio Bizzi

Assistente regia: Jacopo Girardi

Luci: Stefano Capra

Costumi: Beatrice Torresin

Scenografie: Debora Palmieri

Con: Antonio Zanoletti, Sarah Collu, Andrea Tibaldi, Valeria Pagani, Marco Brambilla, Serena Nardi, Nicolas Errico, Silvia De Lorenzi, Leonardo Lempi, Giulia Della Valle

E con: Antonio Arcidiacona, Federica Catalfamo, Niccolò Cornacchia, Luca Gaudenti, Cristian Inclimona, Daphné Papadopoulos, Federica Pedrazzini

Una produzione Red Carpet Teatro

LO SPETTACOLO

“E tuttavia la Morte vuole i suoi riti”
Sofocle

Tebe ha resistito all’attacco di Polinice, fratello di Antigone, morto combattendo contro la propria patria. “Il suo corpo sia lasciato in pasto ai cani e ai corvi” decreta Creonte, vietando di concedere al nemico della città l’onore della tomba e del pianto. Ma per Antigone “la morte vuole i suoi riti”, così la ragazza onora il morto e affronta la condanna. Predetto da Tiresia, e gli indovini erano detti terribili dagli antichi, il destino non tarderà a rovesciarsi implacabile su Creonte e i suoi cari.

NOTE DI REGIA

Cadavere politico ma senza fazione, terrorista involontaria perché al di fuori della politica, o meglio prima della politica e prima della polis, abitante della terra sopra la quale la città ha ritagliato il proprio prezioso fazzoletto di civiltà, di leggi, di democrazia, di compromessi. Creonte dimentica su cosa poggia la polis, Antigone non può, preesiste alla civiltà, sta già con i morti.

Antigone, arcaica, è più che mai contemporanea. Immaginiamola sorella di un attentatore, lo difende perché le è fratello, indipendentemente da tutto: noi la odieremmo e cercheremmo le braccia di Creonte. La visione romantica della “vittima” Antigone, che tende a dimenticare che la trama dell’opera si apre sul terrore della guerra e sul desiderio di pace, crolla se riportiamo questa insolente ragazza al clima di terrore in cui viviamo oggi, il suo gesto può sembrare una stupida questione di principio, di nessun valore se paragonato al bisogno di sicurezza, alla tutela delle nostre vite, delle nostre famiglie. Noi tutti stiamo con Creonte, è umano essere deboli. Ci vuole fatica per stare con Antigone, e coraggio. Antigone saluta prematuramente il futuro di sposa e madre, l’amore di Emone, l’affetto della sorella, la luce del sole e scende viva nell’Ade. Perché la terra, dura ma giusta, è meglio di questo mondo per chi, come lei, “non è nato per condividere l’odio ma l’amore”.

Antigone si fa carico della maledizione della sua stirpe, la glorifica e forse persino la risolve, sta col genos in un senso radicalmente più profondo di quello che è per noi la famiglia, si oppone alle leggi e denuncia la piccolezza del nomos¸ che non deve permettersi di politicizzare la morte e di scavalcare le “leggi non scritte che esistono da sempre”. Nel confronto tra il re e la ragazza esplode lo scontro di due idee che non hanno alcun punto di contatto. Siamo davvero con Antigone se, alla fine, la nostra pena non sarà per lei ma per Creonte, costretto al confronto con i suoi grigi politici, a vagare tra le macerie, a piangere i propri cadaveri e a non potersi permettere nemmeno di morire.

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