DANTE, INFERNO

Con Sarah Collu, Enzo Curcurù

Ensemble vocale Modulata Carmina, coordinatore Luigi Santos

Giampietro Bonazzi, Massimiliano Broglia, Stefania Nevosi, Marco Radaelli, Nadia Ragni, Danilo Santoriello, Maria Teresa Santos, Luigi Santos

Scene Officine Red Carpet Teatro, realizzazione Vitalic Iordaki

Assistente regia Leonardo Lempi

Regia Vittorio Bizzi

Una produzione Red Carpet Teatro e Giorni Dispari Teatro

LO SPETTACOLO

L’inferno, oggi: una leggerezza ironica ce la imponiamo per, come si suol dire, andare avanti; ma oltre l’arcaico ingresso che Dante varcò verso le viscere dell’uomo cose grosse sono cambiate, grosse perché quotidiane: per cominciare intendiamo diversamente ciò che è suono, rumore e silenzio; diversa è la percezione dei corpi. Un tragico sottile ha scavato senza drammi lontano dai drammi degli ospedali: ogni imbarazzante strusciata di gomiti, ogni sforzo di intuire un broncio dal socchiudersi degli occhi, ogni «prende poco» nelle videochiamate. Fermiamoci qui, alla banalità dei sensi, è pure troppo; fermiamoci prima di fare dell’antropologia, perché la si può fare eccome: il cambiamento avviene senza sosta ma una mutazione di geni sociali non capita spesso. Forse l’ultima volta era il 2001: una generazione dopo o quasi ecco istituita una nuova definizione del terrore. Dal se esci esplodi al se esci ti infetti e ti consumi lentamente senza la consolazione dei tuoi cari, peggio ancora se esci e sei di razza buona potresti uccidere tutti senza accorgertene… almeno coi bombaroli la proprietà transitiva non c’era! E poi era questione di un attimo. E comunque non potevi farci niente, non avevi responsabilità, non dovevi distorcere disumanamente i comportamenti e i gomiti in virtuosismi tragicomici.

Quindi, visto che abbiamo una freschissima fornitura di sensi di colpa, ultimi commiati mancati, colpi di tosse fatali, amori mai nati, vietatissimi strusci di gomito dati di sottecchi come buste di coca, carceri domestiche con lanci di coltelli e articoli vari, perché pescare in repertori più impolverati? Fermiamoci all’uomo, all’infallibile verità dei sensi nella sua ultimissima tremenda edizione. Il resto è superfluo. A parte Dio, naturalmente, cui Dante deve tutto, cui deve la comprensione dell’altro mondo e di questo. Noi, ben più miseramente, dobbiamo a Dante la comprensione di Dio. A Dante e al suo stupefacente repertorio dis(ma anche)umano dell’Inferno che, lungi dal divertire, affonda il dito nella piaga della nostra discutibile condotta, che sa inventare inferni a casa nostra quando lo spazzolino non deve stare lì.

Per cui un po’ meno fiamme e un po’ più gel disinfettante. Anzi, togliamo anche il gel che ci auguriamo passi presto di moda: il nostro Dante (almeno per Dante lasciatecelo dire “nostro”, non perché una googlata dimostrerebbe probabilmente che è l’italiano più possessivamente aggettivato di sempre ma perché così ci sembra di sgomitare affettuosamente anche lui), questo Dante insomma è tutto voci e volti, silenzi e corpi. Questi ultimi, i corpi, speriamo che una loro gravità scenica la trovino nonostante i limiti di movimento imposti dal distanziamento sociale ma, a dirla tutta, è stato il distanziamento a suggerire la sfida della ricerca di una presenza significativa attraverso la staticità. Due attori con la fune del loro mestiere tirano a noi il più possibile quell’umanissimo poeta di mezz’età il cui straordinario coraggio è pari solo al terrore di peccare e non essere degno. L’impegnativo lavorio sul testo è stato proprio questo: avvicinarci al Dante agens (quello che ha visto l’Inferno, non quello che lo ha inventato con finzione poetica) con gli strumenti con cui si affrontano i personaggi del teatro di prosa e possedere così il punto di vista di quel tremante avventuriero dall’aldilà. Questo senza però perdere il potere dello sfarzoso armamentario poetico e retorico del Dante scrittore, che ha ci ha rivelato nuovi tesori ad ogni lettura. Otto cantori raccolgono talvolta gli svenimenti, le incertezze e le conquiste del nostro e li trasportano sul potente vascello dell’arte loro, altre volte rivelano la loro dannazione eterna nell’assalto vocale al vociare degli attori, così che in voce (e silenzio, quanto silenzio i droni sulla città qualche mese fa) si trasformi tutto il fracasso indiavolato che il testo imprigiona. In sintesi, crediamo che l’ascolto e l’unità di intenti (un uso teatrale della musica e un uso musicale del teatro) possano fare del teatro con dieci bocche sopra a dieci leggii.

Ci si perdoni la stessa leggerezza che alla prima riga sdegnavamo (e pure questo sgradevole plurale humilitatis): è che di questi tempi, a parlare di diavolacci, saltano fuori cose un po’ troppo sincere, e i versi di Dante spaventano più di uno starnuto alla coda per la pensione.

Vittorio Bizzi

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