DON GIOVANNI

Don Giovanni: Federico Cavarzan
Leporello: Diego Savini
Donna Elvira: Eva Corbetta
Donna Anna: Mariachiara Cavinato
Il Commendatore: Jesus Alberto Noguera Crespo
Don Ottavio: Schinichiro Kawasaki
Masetto: Daniele Piscopo
Zerlina: Margherita Vacante
Orchestra OSM Città di Varese
Direttore: Riccardo Bianchi
Regia di Serena Nardi
Coro del Liceo Musicale “A. Manzoni” di Varese
Maestro del coro: Andrea Motta
Preparatore cantanti coro: Massimiliano Broglia
Scene di Maria Paola Di Francesco
Costumi di Officine Red Carpet
Assistente alla scene e ai costumi: Debora Palmieri
Luci di Manuel Frenda
Assistente alla regia Daniele Piscopo
Direttore di scena: Sara Vailati
Maestro accompagnatore di sala: Andrés Jesùs Gallucci
Maestro collaboratore di palcoscenico: Alessandro Cerea
Responsabile sartoria, trucco e parrucco: Marta Ragazzoni

Una produzione Red Carpet Teatro e Giorni Dispari Teatro
in collaborazione con Teatro Openjobmetis di Varese

NOTE DI REGIA

La regia di questo Don Giovanni non potrà prescindere dal punto di vista inaugurato dalla mia recente messinscena teatrale (Teatro Libero, Milano, maggio 2017) del testo Don Giovanni ovvero il dissoluto assolto di Josè Saramago, ultima ed interessante esplorazione attorno a questo
controverso e sempre affascinante personaggio. Perché, da qualche tempo, è cambiato radicalmente il mio modo di approcciare la mitica figura del “Burlador de Sevilla” o, perlomeno, si è chiarito rispetto a pregiudizi, congetture e convinzioni radicate nel tempo, avallate da interpretazioni critiche sempre più volte a cercare, stanare epunire, in qualsiasi modo, il male rappresentato da questa figura ormai “quasi” mitologica. A questo proposito, partendo quindi dalla interessante lettura di “Il mito di Don Giovanni” Jean Rousset, e alla luce delle ultime riflessioni, il nostro Don Giovanni vivrà di vita nuova.
Diventerà un’alternativa a ciò che di lui è scolpito sulla pietra. Forse avrà il coraggio e la forza di disintegrare quella pietra. Ci racconterà il suo tormento, la sua eccessiva smania di vita, pura e feroce espressione del suo malessere interiore, più che stupirci con il suo supposto cinismo e la spietata determinazione ad affermare la sua potenza sessuale e la capacità seduttiva fine a se stessa.
In un’epoca come la nostra in cui ogni percorso sociale, formativo e relazionale sta lentamente, con fatica ma con coscienza sempre più piena, recuperando una base di riumanizzazione, in cui l’”homo novus” del terzo millennio sta cominciando a guardarsi in faccia senza timore, Don Giovanni diventa un simbolo di riaffermazione umana. Di umanesimo, o umanismo, per stare su un concetto più vicino a noi. Il suo disagio, il suo “non sertirsi” (o sentirsi troppo), il suo bisogno di eccedere e di vantarsi per aver frantumato regole sociali non acquisite (e, per lui e per sua natura, non acquisibili) e contro le quali scaglia le sue frecce di disprezzo, sono esattamente le nostre.
Di ogni uomo che, attraverso il suo “no” al conformismo, all’accettazione di un modello non condiviso , al compiacere gli altri, riafferma il famoso e assoluto “no” di Don Giovanni al Commendatore di fronte alla richiesta di pentimento.
Don Giovanni è imprigionato dentro di noi. Noi tutti siamo
imprigionati in Don Giovanni.
Attraverso di lui scopriamo il nostro volto, le nostre macerie, il nostro
fango, le nostre stelle. E scoprirlo, riconoscerlo è il primo passo verso la
guarigione dalla “malattia dell’anima”.

NOTE MUSICALI

Dopo un secolo che ha visto tutto e il contrario di tutto, sembra quasi impossibile riuscire a stupire oggi, con le armi del classicismo. In musica in particolare, una certa istintualità vacua, o peggio una logora emulazione del “già sentito” sembrano essere le regole sottese alle interpretazioni musicali. Di maggiore interesse sono invero le letture “filologiche”, che hanno il pregio sicuro di una riscoperta tecnica ed estetica, ma perdono spesso il “senso” del tutto musicale in favore di una attenzione specifica sulla prassi esecutiva di singole cellule o incisi musicali. Sono questi i primi e superficiali quesiti che ci siamo trovati a dover affrontare pensando a una lettura musicale del Don Giovanni di Mozart: ovvero una domanda di “Senso”. Per definizione il “senso” musicale si accompagna alla domanda di Unitarietà musicale: la differenza fra interpretazione e improvvisazione sta nella esigenza ineludibile che l’interpretazione chiede nel mettere in relazione l’antecedente con il conseguente per formare la “parte” in relazione al “tutto”.

La forza espressiva ed immortale di Mozart crediamo che stia nella capacità unica di tenere insieme perfettamente i due opposti. Interpretazione e improvvisazione, apollineo e dionisiaco sono nella Musica di Mozart i poli opposti dello stesso magnete, come un bivio per raggiungere la medesima meta. Don Giovanni è l’esempio perfetto per dimostrare la co-essenza di questo dualismo essendo il “dramma giocoso” per eccellenza.

Tenendo fede alla convinzione che il Metodo sia dato dall’Oggetto, noi vorremmo “interpretare” il don Giovanni: fra tutte le Opere di Mozart indubbiamente il dionisiaco si trova più che mai in rilievo nel tessuto drammaturgico e per convesso vorremmo “interpretare” il
testo musicale in senso quasi fenomenologico. Rispettare la sintassi, orientare ogni ripetizione dare unitarietà ai tempi, alla metrica e alle
articolazioni. Tutto questo può apparire retorico, ma che effetto farebbe staccare il tempo di Andante in C tagliato dell’introduzione con lo stesso tempo dell’ “Uom di Sasso” del Finale? Che effetto farebbe lo staccato articolato su note corte eseguito come il segno di “staccato” che (per la prima volta nel don Giovanni) Mozart segnala su note lunghe di due quarti? Esempi, dettagli… Parti. Che noi vogliamo mettere in relazione al Tutto, convinti che l’operazione più rivoluzionaria in questo caso sia perseguire con meticolosa cura l’apollineo, come mezzo per far esplodere naturalmente dionisiaco. Originalità o Originarietà?
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